giovedì 31 marzo 2016

questione di albe

questione di albe

Il piccolo principe si siede a gardare il tramonto e lo sostiene triste.
Un tramonto come quello di ieri??? Toglie il fiato, sa rendere ciechi, conquista un orrizzonte percepito diverso a seconda dell'inclinazione della palla infuocata. Si ritrae e lascia spazio al buio e alla magia del cielo stellato.
Il tramonto mi riporta ad una fase della mia malattia, alla fase di smarrimento e di paura. Ci ho messo tanti passi per ritrovare me stessa, la posizione in cui ti pone la malattia ti porta a pensare alla morte come una soluzione, come qualcosa che ti tende la mano. Ognuno di noi decide che posizione tenere, se cercare di tenerla distante o lasciarla avvicinare. La mia storia con questa cosa è stata non così diretta. Non ho assunto una posizione da subito. Io all'inizio avevo deciso di morire. Avevo deciso che questa guerra era già persa in partenza. Per me era solo una questione di tempo. E sinceramente non avevo motivi per sopravvivere. Ero consapevole che i miei cari avrebbero sentito la mia mancanza, ma non ero insostituibile. Poi, non so come o quando, forse dopo l'incontro con Barbara, decisi che io dovevo ribaltare la situazione, che io meritavo la seconda possibilita. Che forse potevo rinascere.
E così piano piano, passo passo, ho riscoperto la forza dell'alba. Ho riscoperto l'Amore di un Padre che non lascia soli, di un Padre che sa farsi sentire anche quando la notte è davvero buia. Mi sono sempre sentita amata da lui. Le persone che ho incontrato sono state stimolo per la mia crescita, sono state incentivo, sono state carezze, delusioni, ferite, ma anche tanta bellezza. La bellezza della rosa piena di ruggiada in quelle mattinate di marzo, che appena sorge il sole ti racconta di una notte faticosa, una notte di paura, ma che il solo tempore le riscalda e le rende vive.
Un anno e mezzo fa una mia amica restava incinta. E'stata la prima gravidanza che ho accettato con una certa serenità. Non conosco il motivo di questo evento così forte per me e anche per lei, ma di quel'ammasso di cellule mi ha conquistata. Fin da subito. Forse ancora prima. Cosa c'entra. Sta sera per me c'entra. Quella bambina, furba e mammosa, rappresenta ancor più quel'alba per me. Temevo che non sarei arrivata a conoscerla. Temevo di non avere la gioia di assistere al miracoloe della trasformazione della mia amata amica in mamma, di non poter udire la sua voce, di non poter vedere il colore dei suoi occhi. Anche per lei ho lottato. Questa settimana l'abbiamo battezzata,  e questa settimana ho ricevuto delle notizie belle, ma faticose da digerire. Sento addosso una responsabilità grande. Mi sento una miracolata. Così ormai i medici si relazionano con me. Io voglio solo riprendermi la mia vita libera. Ho solo voglia di non dormire la notte per alzarmi a guardare l'aba. Ho voglia di perdermi nel profumo della primavera, nei passi in un bosco che sveglia dal lungo inverno. Perchè per arrivare alla primavera bisogna sopportare l'inverso. Credetemi io ho solo voglia di vivere: gustarmi l'inverno, la primavera, l'estare....
Crediamoci in questa primavera, crediamo nella magia dell'alba, crediamo in noi stessi, perchè alla fine, ciò che resta siamo solo noi. Io in questo momento della mia esistenza mi sento finalmente bastante a me stessa. Non ho bisogno di nessuno. Ho i miei amori, i miei pilasti, gli abitanti del mio cuore, e del resto non ho bisogno.
Purtroppo questo per molti è difficile da comprendere. La libertà del godere di se stessi, anche con un corpo che fatichi a sentire tuo, anche con una resistenza che non è quella di prima, con le rughe, i capelli un pò ricresciuti che non sembrano i tuoi.... non sei più quella di prima. Se vuoi ammirare la farfalla devi sopportare il bruco diceva la Rosa al Piccolo Principe.
Ringrazio Dio, e Jonny per questa strada che mi hanno portato ad una consapevolezza di me muova, finalmente riesco a camminare con il mento in su, guardando tutte le sfumature di azzurro che accompagnano la mia giornata. Il mio canto libero sono IO, nelle mie albe e nei miei tramonti. La mia libertà risiede in me.
E a questo punto, per me le lacrime sono d'obbligo.

la valutazione

Fuori è un mondo magnifico da abitare. L'occhio necessita di allenamento per scorgere ciò, necessita di cuore aperto per lasciarsi emozionare dal miracolo che sta avvenendo lì fuori. La primavera è un atto. L'aria la sera diviene calda, ma frizzante, dona dei colori al tramonto che permette un gioco di colori ed ombre che, se lo permetti ti permea e ti rapisce. In questi giorni fatico, cazzo se fatico. Mi sento tirata da una voglia di andare oltre, di reazione gelida, e una sensazione di piccolezza infinita. Mi sento come un cucciolo di riccio avvolto su se stesso. Indifeso, forse, ma pungente. Sa difendersi, ma sa anche che un qualsiasi calcio lo manderebbe lontano. Oggi mi manca la presa salda. E' come se fossi su una scalata ed ad un certo punto non sentissi più la corda tenere, come se la parte di me che fa la sosta e la sicura, oggi fosse distratta. E io sono li, ferma su quella roccia, che guardo osservo quali potrebbero essere gli appigli in me sicuri, li vedo tutti fragili, e vorrei sentire solo quella voce sicura che mi incita a fidarmi, che incita la mia capacità di valutazione. Forse sono solo gli occhi che colmi di lacrime non mi permettono di guardare bene, forse... forse manca la forza per alzare quel piede destro da questa posizione che in questo momento è assolutamente scomoda e precaria. Ho paura che in questo passaggio le mani non tengano. C'è troppo in ballo. Ho paura di essere travolta dalla valutazione sbagliata. Ho paura. 
Oggi mi sento un riccio piccolo e non uno squaletto, e per quello che oggi devo fare questo cambio di visione mi spaventa. 

lunedì 14 marzo 2016

il gomitolo di te stessa

Il gomitolo mi ha sempre incuriosita. Un ammasso di filo che sembra ingarbugliato ed è avvolto su se stesso, che sembra non avere nè un capo nè una coda. Però man mano che si lavora, prende forma, prende anche sostanza. E quando ci penso, paragono questo alla mia vita,  ma forse un gomitolo è riduttivo. In alcuni momenti, a volte rari, a volte frequenti, riesco ad estraniarmi e a guardarmi con occhi lucidi tutto quello che mi sta capitando addosso. Tutta questa incertezza è faticosa da gestire, questa lucuidità che a fatica emerge, la consapevolezza di una solitudine che ormai fa uscire la parte cinica e diabolica che è in me. Ho un carattere forte, dicono, ma sono anche delicata come un fiore che si è dimenticato di essere fragile quando soffia il vento. Asserire che ho un carattere forte è una scelta di comodo, io sono io: una donna che la vita ha corazzato, un donna che si difende da ciò che la può denudare, ma che non rinuncia a vivere. Sono forte per questo? mah!
Io mi sento una persona cresciuta con Jonny, una persona che è riuscita a liberarsi di alcuni vincoli che la sua educazione, l'ambiente, famiglia, avevano fatto crescere come intrappolata in un gomitolo, ma per sopravvivere ha dovuto districare la matassa... e ora vorrei solo pace... come canta Arisa: pace.. solamente un pò di pace... cercare solamente un pò di pace.... così che ogni momento sia felice.
La felicità per un malato è una conquista giornaliera, la malattia ti aiuta a scorgere quegli attimi di gioia, lìalbero in fiore, il calco di questi giorni di primavera anticipata, il profumo di un fiore o un odore che ti fa sentire a casa. La felicità non la misuri più su grandi obiettivi, ma solo su piccole conquiste. Progettare anche solo un week end al lago è un dono di felicità. Una risata è un attimo di felicità. La felicità si declina in attimi...
ad un malato manca la serenità. A me manca la serenità.
Io ho imparato che oggi è la mia forza, ieri è la consapevolezza dei miei passi, il mio domani sarà solo il nuovo oggi. Non sarò protagonista di Oggi sempre forzuti, ma anche di oggi svilenti, faticosi, anossici, ma sarò comunque io a viverlo, nessuno può remare per me, la mia barca è mia. Solo mia.
e di questo sono fiera. Forse è questo il centro del gomitolo, il nuovo modo di guardare me stessa, che anche nei momenti difficili, posso guardarmi con franchezza ed onestà. Perchè ieri ha definito me stessa, qualunque sia la qualità di quel Ieri.

mercoledì 9 marzo 2016

passi certi ed incerti

Chi abita il mio cuore lo sa.
Sa che la parte chiusa e silenziosa di me esiste, anche se spesso la maschero dietro ad esuberanza e parole. Quando faccio fatica scelgo il silenzio. Il silenzio dei miei passi sull'asfalto, sulla neve, sui sassi, sui vicoli... I miei passi che rievocano la mia strada, e osservo i miei piedi, che con un ritmo incredibile, si slanciano nel passo sucessivo. Imparo da loro. Li guardo e resto affascinata, sanno sempre dove appoggiarsi, come se avessi un istinto così grande da cogliere solo con il tatto della punta del piede quele sia un appiglio sicuro. Questo è sempre stato, quando camminvavo in montagna, quando arrampicavo, quando camminavo sulla neve.. Quando scio, i miei piedi sono sempre stati la mia guida sicura. Lo sono anche oggi. imparo da loro, hanno solo bisogno di due ingredienti: cuore e testa. Il sentire e il razionalizzare. Non hanno bisogno di una mano che guidi il mio cammino, basta quel silenzio che non è mai solitudine, basta quello sguardo innamorato della vita, dei processi della conoscenza di me e dell'abiente circostante, e mi scopro così cittadina di tanti ambienti nei quali solo a camminarli ritrovo profuni familiari, colori famigliari... come se in quelache vita passata fossero stati già conosciuti.
Sono stanca si si camminare verso un domani incerto, sono felice però di sapere, che l'oggi ha con sè la certezza di quel passo. Ho paura però di barcollare, di poter scivolare, perchè a tutti succede, anche chi sa che può fidarsi di quei piedi. Chi mi prende?
Sono sopresa in questi giorni dalla mia serenità e dalla lucidità con cui assaporto il brivido della vita, ho permesso cose a persone che non avrei mai immaginato, le sentivo così lontane da me, mi facevano paura, mi sembravano così dolorose, e invece no. Hanno definito ancora una volta ciò che sono. Hanno definito la mia testa e il mio cuore, dando la forza ai miei piedi di fare il passo dopo.
Parlo con i miedici come se fossi io a fare un favore a loro di incontrarmi e sentire la mia storia, ho cambiato porspettiva. Cazzo. Ora è il mio turno in questo gioco e devo fidarmi dei miei piedi. Guardarli e ascoltarli, perchè so che mi possono poertare lontano, anche se qualche passo sarà incerto, timoroso, so che gli occhi aiuteranno i piedi, e il cuore sceglierà ai bivi. Perchè io definisco me stessa, perchè io so che posso contare su di me.

venerdì 26 febbraio 2016

la prima è andata

E la prima è andata.
Il corpo che ritorna ad abbracciare la terapia è sempre un momento difficile, ritornare a stare male quando stavi bene, ti riconduce a rivedere, a riprendere in carico i tuoi limiti, che ancora una volta, cambiano, mutano. Ci sono mometi in cui tutto questo cerco di allontanarlo da me, perchè a volte è davvero troppo, a volte tutto diviene difficile anche per me. Ieri mentre sonnecchiavo pensavo a quel prato verde con i papaveri rossi, quel prato collocato in un tempo indeterminato della mia infanzia, un prato colmo di vento che porta via i pensieri di qualunque natura, ma incorniciato da tanto affetto. Solo recentemente questo ricordo è tornato alla mia mente, solo recentemente riesco a ricordare in modo più dettagliato quel attimo, perchè è il ricordo di un attimo: un prato, nonna, Luis, mamma ed io. I protagonisti significativi siamo nonna ed io. Quel abbraccio, il profumo del campo e la sicurezza delle braccia della nonna. Chissà perchè questo ricordo abita la mia mente ora. Chissà perchè quel ricordo è ritornato vivo alla mia memoria... Ci sono cose che mi spiego a fatica. Questa è una di queste. A volte penso che a mia mente rievochi questi ricordi per cancellare i ricordi delle esperienze dolorose, il ricordo di quanto può far male la terapia, il sentirmi in cella nella mia casa, la mia incapacità di prendere e andare lontanoooo come canta Baglioni.
Ieri sfogliavo alcune foto del passato, e con sorpresa mi sono ritrovata a guardarmi con occhi diversi, ho visto fotografata la nuova Marta. Distante dalla Marta di un tempo. Mi vedo più bella, più consapevole e sembrerà strano ma anche più felice, anche se un reale motivo per questa felicità non c'è. Forse davvero si diventa felici quando si smette di cercare, quendo si smette di guardare fuori da sè. Ho sempre letto i blog delle persone malate come me, in questi giorni leggo sopratutto la parola cicatrice: mi chiedo come sia possibile che queste cicatrici fisiche e dell'animo possano ricostruire senza pretesa qualcosa di così bello? Oggi ho solo voglia di guardarmi allo specchio e innamorarmi di nuovo di me, perchè oggi sono sempre una sopravvissuta, oggi sopravvivo a questa precarietà di conoscenza, oggi sopravvivo a questa precarietà di serenità. O meglio: oggi sopravvivo perchè io mi rifugio ancora una volta in quel prato, respiro a pieni polmoni quel aria e guardo lontano, e la vedo la strada che ho percorso....

giovedì 18 febbraio 2016

manca poco

Martedì, tornerò sulla sedia arrancione che mi ha gia vista accomodata per 26 volte che moltiplicate per sei ore, e per le restanti ore nei 3 giorni sucessivi a casa, fanno un sacco di tempo con loro. Se ci penso mi verrebbere da chiedere un risarcimento del tempo, queste ore spartite con qualcuno che abita il mio cuore, quancuno che sa dividere parole, spazi e silenzi. Dovrebbe esserci fornito questa indennità di  tempo. Farei un sacco di cose, e se si potesse ogni volta con qualcuno di diverso.... wow, una gran figata.
Sono intimorita, l'anno scorso quando ho ri-iniziato c'era Stefania con me, e almeno le ore così scorrevano abbastanza, fino a quando lei non finiva, le terapie prima prima c'erano Barbara e Silvia... e ora chi incontrerò... ??? le solite vecchiette lamentose, le donne che dormono, e io che faccio casino con le infermiere, fino a quando il Timeton non mi spacca in due. Che viaggi che mi consente di fare. E' tempo di riprendere, non so se sia la biopsia di martedi ma i dolori si sono intensificati, e odio quel dolore li, a desta dello sterno. Lo odio. Passera. manca poco e loro me lo faranno passare.

La sedia arrancione per me ha sempre avuto un significato profondo, non so se per gli altri malati sia così, ma per me si, è come se ogni volta io riuscissi a costruirci sopra una mia tana, dove tengo con me le mie cose preziose: il telefono, e mp3, bibanesi, acqua, si questa poca! Non riesco a leggere, parlare mi affatica molto, se non sono frasi brevi e di contenuto effimero... passo il mio tempo con le mie canzoni, le raccolte di una vita, e i messaggi...
e osservo. Sono sempre stata una buona osservatrice, osservo le mamme che entrano con le figlie che le accompagnano, per me è sempre stato il contrario, e ora, se dovesse essere entreremmo insieme per fare terapia insieme.
C'era una ragazza che accompagnava la mamma. Lei stava li, in piedi anche due ore e mezza senza emettere un suono. A volte davvero non comprendevo come facesse, aveva una pazienza e una dolcezza negli occhi.
Poi penso a quelle donne che venivano sole, le ho sempre stimate tanto... penso a quelle donne anziane i cui mariti entravano ed uscivano dalla stanza rosa con ansietà, e a quelle più giovani i cui uomini non le lasciavano mai. Io non rientro in nessuna di queste categorie.  Ma va bene così.
Io mi puccio sulla mia sedia, cerco di appisolarmi e lei diviene calda e accogliente, comoda come due forti braccia che ti cullano quando stai male. Già... come due forti braccia che ti cullano quando stai male.... il prezzo del fatto che il mondo ti veda forte, lo paghi anche li. E poi dopo quelle sei ore, quando ti alzi, prendi la tua borsa e infili un passo dopo l'altro, sai che alla fine quella forza ti serve.
Guardi la porta automatica che si apre e sai che c'è l'ascensore, il piccolo tragitto in auto che sembra un giro sulle montagne russe e finalemnte il mio amato letto. E arriva lei, la mia infermiera, Birba.
In casa regna l'agitazione, sempre così, senza che nessuno colga che in quel momento hai solo bisogno di silenzio e tranquillità... Solo bisogno di silenzio e tranquillità...



mercoledì 10 febbraio 2016

si ricomincia.....

Sono già sveglia e mi capitava da tempo di svegliarmi con gli occhi bagnati. Jonny me l'ha fatta ancora. Jonny ha colpito alle spalle, perchè lui, si, è così, trenemdamente viscido. Tutto avrei pensato da questa tac, tutto, ma non quest'esito. Dove, in qual passaggio me la sono raccontata? E per la seconda volta in vita mia passo la notte chiedendomi cosa ho sottovalutato, cosa! Forse ho sottovalutato le due sveglie alle 4.20 mio orologio naturale della malattia, forse ho sottovalutato qualche fastidio al fegato, ma tutto mi dava ragione. Lei non era arrivata. La stanchezza non mi aveva mai abitato. In questo mese ho fatto tante notti a scrivere, a pensare, a girare, che ho sempre pensato che lei non mi avrebbe mai concesso il fisico per farlo. Che ci sia un errore? mi chiedo dove.
Mi è concessa ancora del tempo per piangere e raccogliere le forze perchè in questa lotta per la mia vita, in questa mia guerra di trincea, ho ancora un pò di tempo per raccogliere me stessa, coccolarmi, anche se non so come, e ricominciare a combattere. Diciamo che sta mattina non era proprio questo il programma per i prossimi giorni, Non lo era affatto. I miei compragni di battaglia oggi, erano più sfatti di me. Ho udito silenzi che fanno paura, ma so che abbiamo tutti bisogno solo di respirare. So che dovami saranno tutti schierati e pronti per sotenermi. Lo so. Oggi il signor puntura, ha riassunto il suo nome, siamo anche riusciti a riderci sopra, perchè alle vote la paura fa anche questo. La notizia della malattia ha solo mascherato, nascosto e coperto parole pesanti della mattina, ha solo offuscato e cambiato priorità, ma ieri tanto è cambiato... Oggi sono rimasta scoperta, oggi, non mi sono protetta abbastanza, oggi avrei voluto il mio papà, la sua carezza sul mio volto, i suoi occhi lucidi, e il suo guardarmi e dirmi: "lo sappiamo che è così, l'abbiamo già visto!". Già visto, ma non aspettato. Un anno fa esatto ricominciavo le terapie, e me l'aspettavo, ero pronta per scendere in campo. Oggi no, non lo sono. Cazzo! Anche io avevo degli appuntamenti con la vita, cazzo! Jonni, scusa ma un pò di rispetto! avevo delle cose fa fare, avevo appena cominciato a vedermi come una volta, e mi hai colpito alle spalle.... a volte dubito della tua lealtà di nemico conosciuto... Avevo appena cominciato a sperare che per un pò fossi libera... e invece, la placida illusione della speranza dell'allontanamento della malattia... e mentre scrivo va in onda Mengoni con L'essenziale.... lui e il suo maledetto quando il mondo cade a pezzi.
La cosa che mi fa più paura è che ancora non sono incazzata, sono ancora così tanto rimbambita dalla notizia, che non ho ancora la misura di quello che mi aspetta. Domani incontrerò l'uomo che conosce le startegie di combattimento e mi dirà cosa vuole fare, e come sempre mi affido a lui. Al suo intiuto.
E' eglio che intanto torno a letto, devo raccogliere i cocci e aggiustarmi, per domani devo essere pronta, anche se oggi ne è la conferma che non si è mail pronti. Mai. La mia unica fortuna in tutto questo? che so di essere resiliente. che quel barcollo ma non mollo mi rappresenta nella sua totalità.

domenica 31 gennaio 2016

oggi va così...

Perchè alla fine ci aggrappiamo a qualunque cosa pur di non essere distrutti. Crediamo a cose che non ci sono, costruiamo immagini stupende con la nostra testa, la malattia mi ha insegnato ad essere bravissima in questo: il mio corpo era a letto e io con la mia testa in qualche angolo di mondo in cui potessi respirare quell'aria che sapeva di vita. 
Ci aggrappiano a noi stessi, senza in realta accogliere chi veramente siamo, senza lasciare che questo sapere passi attraverso la nostra fragilità. E poi una sera di gennaio ti accorgi che sbagli sempre la stessa mossa. Ogni volta sei bravissima a mostrare il tuo fianco. Permetti ad alti di scoprirti. Invce di proteggerti, perchè fino ad oggi tu ne hai avute abbastanza? A quanto pare no. sembra che non ce la faccio a proteggermi, a tutelarmi dalle parole degli altri, a credere che il bene sia sopra ogni cosa. 
Si sono diventata pungente, tosta, non lascio correre, so rispondere e il pensiero va veloce, ma ho sempre questa maledetta fiducia nell'altro che mi frega sempre, anche in persone che conosco, di cui le immagini sono ben chiare. Parto con tutti i buoni propositi e poi? La fine è sempre quella: gli permetto di dire cose che non gli competono, acconsento di calpestare qualcosa di mio. 
E quindi alla fine a cosa ti aggrappi per il dolore di qualcuno che ha capestato la tua rosa? 
Ti aggrappi a quel pensiero piacevole, a quel angolo che hai costruito in tutto questo tempo per proteggerti dai brutti pensieri, dalle persone, dai gesti sbagliati... e li cazzo se stai bene, stai proprio bene e quel bene ti fa paura perchè ti chiedi se e realtà o fantasia... 
eppure è un viaggio stupendo e tu ne senti il bisogno profondo e anche questo è duro da accettare.

giovedì 28 gennaio 2016

Il ricordo di un aquilone

Avrò avuto 17 anni. Me lo ricordo. Era bello, color arancio. Non era molto grande, ma aveva una buona aereodinamica e io lo guardavo lassù, in alto, verso il cielo. Era primavera, il fiume che attraversa la mia città era stranamente azzurro, il suo colore naturale è più un verdastro, ma lo ricordo anche un pò impetuoso, sinonimo di aver racolto l'acqua del disgelo. La mia neve passava di li. E io in piedi con il mio filo in mano e guardavo lui: Il primo amore.
Non so perchè questa mattina i pensieri siano legati a quel filo e a quel aquilone. Non lo so. So che vorrei chiamarlo per dirgli che la mia testa oggi, è li. Vorrei condividere con lui questi pensieri, vorrei che mi ascoltasse per una volta in silenzio, guardandomi realmente. Ho passato giornate pesanti, l'ospedale rievoca quella condizione di fatica che per quanto la testa sia preparata, per quanto mi sia protetta in molti modi, ma non è mai uno schermo totale. Incontri ancora la tua sofferenza, e quella degli altri. Vieni schiaffeggiato dall'arroganza di alcuni medici. Ognuno reagisce al dolore come ne è capace, nessuna aspettativa, ma è chiaro che i pensieri nascono, si mescolano. Il dolore c'è chi lo rifiuta. Ieri la signora 38kg bagnata mi ha detto che ha cominciato a stare male quando era giovane, e che aveva passato una vita di merda. Tra me e me pensavo. Cazzo, gente questa ha vissuto una vita con l'angoscia di stare male, non ha goduto nulla della sua vita. Lei sente di non aver vissuto. Questo è il dramma, non il dolore. Ammetto che fatto questo pensiero mi sono sentita morire.
Si, perchè è la conapevolezza della mia esistenza questa. io so che per me anche se zoppa, affaticata, preoccupata devo sempre  alzare la mia qualità di vita. E' un pò come quel aquilone. Alto ma con la punta volta all'insù a cercare una corrente migliore, a cercare quel vortice d'aria che lo spinga più in alto, verso quella nuvola piuttosto che verso il sole.
Non ho mai provato a farlo volare di notte. La notte in ospedale era dura. Ho dormito poco, ho ascotato i rumori delle povere infermiere che correvano tra una stanza e l'altra. Ascoltavo il respiro delle perfette sconosciute che hanno condiviso momenti di dolore con me. Ho osservato l'agitazione, la nevrosi da ricovero, il pessimismo quasi come preghiera a dire basta, la beata igoranza.
Io non so se sarei stata così anche senza la malattia. Ma senza questa sensibilità non avrei raccolto i voli di questi quattro acquiloni così diversi, la possibilità di ammirarne il volo e scegliere sempre il proprio. Ma nel profondo rispetto dell'altro. Ognuno ha la sua storia, per ognuno la propria storia è pesante.
Chissà ora che volo farebbe quel aquilone nelle mie mani, di sucuro non una traiettoria lineare, e la sua punta sempre verso l'insù....

sabato 23 gennaio 2016

Un piccolo Ciao!

Un blog mio.
Dopo un pò di mesi di collaborazione nasce questo mio spazio di follie. 
Uno spazio in cui il cancro non sia il solo protagonista, ovvio che c'è condivido con lui la mia "normale" esistenza. 
Ci sarà anche la C di cuore. 
La felicità di ogni nuova giornata, perchè lo so, sembra quella classica, banale frase del cavolo, ma per me così: è un regalo. 
Sogno che sia uno spazio di inno alla scrittura, composizione di parole date da lettere che fanno risuonare i pensieri rendendoli più concreti, o aiutandomi a guardare in altre direzioni. Perchè lo sguardo in un volo sereno può avere molte direzioni. Deve averle. E' così che gusti il panorama in volo, è così che scorgi qualcosa di curioso e ti ci infili dentro, perchè anche tu, non sai il perchè. E' più forte di te. Corri e vai, aspetti. Guardi. Prendi fiato dalla corsa impetuosa. Mentre respiri vedi la tua immagine in quel lago meraviglioso. Quell'immagine di te, riflessa nell'acqua, che prima d'ora non avevi mai scorto. Ne rimani copita. si è quasi stupiti. E ci si innamora magicamente di se stessi. 

Buona lettura. 
Marta
Mi chiamo Marta, ho 34 anni, e da due ho una fitta e intensa relazione con Jonny: un adenocarcinoma metastatico al IV stadio. Ho incontrato Elisa ad un pranzo, e mi ha conquistata. e ho risposto alla sua richiesta.
Scoprire che hai un cancro non è semplice. Scoprire che la tua vita non sarà più la stessa non aiuta a guardare il futuro. Scoprire quanto ami la vita, aiuta a ricostruire la tua vita, forse per la prima volta, come una nascita, ed ad un certo punto non sei più cieca, ma vedi bene, vedi meglio. So che può sembrare bestiale, ma io sono rinata con questa malattia, attraverso questa malattia ho conosciuto me stessa. 
La malattia mi ha cambiata molto,  lo sta facendo ancora, visto che Jonny è ancora in affitto, nonostante lo sfratto inviatogli, nella consapevolezza delle mie armi, nella mia sensibilità, nel mio cinismo, nella mia determinazione, nel mio pensiero.  Jonny l'ho chiamato. non volevo essere volgare nell'attribuirgli un nome, va rispettato è un nemico che per essere sconfitto va rispettato.
Quando tutto è cominciato era l'agosto 2013.
Non dormivo. Avevo passato la notte a leggere "Scrivimi Ancora" e piangevo. Piangevo all'idea di perdere mio padre. L'uomo che amo, lui e i suoi silenzi, le sue carezze che sono il suo mondo di affetto. 
Di quella notte ricordo il prurito, il libro, le lacrime e mio marito che dormiva. 
La mattina dopo mi sarei recata a fare gli esami del sangue sperando che qualcosa venisse fuori perché ormai erano 10 giorni che non dormivo. Non dormivo e mi sentivo dire che ero una lagna. i parenti.. E mio marito zitto. Faccio gli esami del sangue, odio gli aghi, odio vedere il mio sangue che riempie quella cazzo di canula.
Torno a casa. Cerco di riposare ma il prurito e tanto. Appena mangio qualcosa devo andare in bagno. Mio marito va a correre e torna con la jeep del soccorso perché si è distorto una caviglia. E lo portano un ospedale. Io mi vesto e lo raggiungo. Un pomeriggio lungo in pronto soccorso. Ricordo ancora alcuni volti. Ad un certo punto dico vado a vedere se i miei esami sono pronti. Sono salita, ho percorso il corridoio, sono in tempo e sono pronti. Li ritiro. Li apro. Il cuore batte forte durante la lettura. Purtroppo sono competente x leggerlo.  Esco dall'ospedale e mi accendo una sigaretta, di istinto chiamo il mio medico di base, uomo rude e brutale, ma un bravo diagnostico. Lui tira un porco e mi dice di farmi fare subito un eco all'addome. Io obbedisco. Ora sono io in sala d'attesa. Aspetto. Vengo chiamata, entro mi visitano e mi mandano a fare l'eco. Entro un questa stanza. Dentro una dott.sa giovane. Mi stendo sul lettino, scopro l'addome e la vedo sbiancare. E sta Troia mi dice ci sono dei noduli. Io non capisco, o forse capisco anche troppo bene, le ripongo  la domanda. Lei mi risponde e' un tumore. E io confermo dentro di me che è una troia. Ma si può parlare così?!?
Esco. 
Stordita mi riportano  in sala d'aspetto. Fisso mio marito che ovviamente non aveva capito nulla. Avevo il terrore dentro. Mi richiamano in ambulatorio e la dottoressa mi dice Marta io ti tratterei per farti la tc, io le rispondo che vado a casa a Padova e mi faccio ricoverare li. Così firmo la dimissione. Esco. Chiamo mia madre che mi dice che non sarà niente. Io mi incazzo. Parlo con mio padre che non sa cosa dirmi e mi dice di andare a Padova e che mi avrebbe raggiunta la mattina dopo. Così io terrorizzata preparo da sola tutti i bagagli, carico la macchina sotto un diluvio. Chiamo la madrina e le dico cosa mi hanno detto. Lei medico mi dice di scendere a Padova. Parto. Ricordo come ieri di aver detto alla macchina di portarmi a casa. Chiamo la mia amica Marta. Avevo bisogno di sostegno. Nn ricordo altro. Arrivo a Padova e fortunatamente crollo. Dormo.
La mattina seguente arrivano mamma e papà. Andiamo in ospedale. Aspetto. Entro. La dott.ssa bionda bella mi dice che per quei valori ematologici nn ricoverano. E io estraggo la carte dell'eco. Mi dice. Cazzo! Mi fa immediate te gli esami del sangue. Un eco all'addome. E mi spedisce in gastroenterologia. Li aspetto ore. Arriva finalmente la dott.saa di guardia. Mi dice che le sclere sono gialle e che il fegato sta male e quindi mi ricoverano. 

Ero contenta: avevo ottenuto il ricovero e sapevo che in qualche giorno avrei saputo che cosa mi stava accadendo. 

L'infermiere Giuseppe mi aiuta a vestirmi e mi da il mio primo braccialetto bianco. Sono in stanza con una signora di 85 anni che dorme tutto il tempo. 

Entra la mia dottoressa. Non immaginavo lontanamente quanto sarebbe stata importante x me. Facciamo l'anamnesi. Parliamo. Mi portano dal dottore chiamato "bello e tenebroso" ma 'no stronzo... Mi fa l'eco. Io faccio domande e lui risponde con un solo domani ti mettiamo in nota x la tac. 

La notte chiedo gocce x dormire. 

Il giorno successivo sono a digiuno e nessuno mi tocca. Non ricordo altro. 

Il 21 alle 8 mi portano giù x la colon e gastroscopia. Chiedo a Roberta la mia dott. di accompagnarmi. E la trovo giù. 

Li c'è un infermiere simpatico che intrattiene la mia attesa. Entra l'anestesista. Due occhi come il ghiaccio. Mi dice che mi sederanno. Entro. Vedo Roberta ma ho appena il tempo di salutarla. Mi girano su un fianco e bum... Dormo. 

Mi sveglio dopo aver sognato le mie montagne. Sentivo anche il profumo dei fiori.
Gli occhi color ghiaccio mi dicono che è andati tutto bene e che non hanno trovato niente. Ma io non ero tranquilla. 
Sapevo che c'era qualcosa. 

Terzo giorno. Attesa di una tac, ma è andata buca anche in questa giornata.

Decidono la biopsia per il giorno successivo.  Sono sollevata. L'unica preoccupazione e nella lettura del vetrino. Avendo lavorato con le teste dell' anatomia patologica sapevo a chi poteva arrivare e questo mi terrorizzava. Così chiesi a mio marito di contattare la sua ex in modo da avere un aiuto. Che arrivo. 

La biopsia è un esperienza che fa paura: a vivo. Le 7 ore successive ferma a letto.

Mamma non mi ha mai lasciata. Lei con il suo andrà tutto bene è stata la mia roccia. Lei e la mia madrina. 
E poi non ricordo molto, non ricordo quando glielo dissi. Nn lo ricorda neanche lui. Forse è un bene, un modo per guardare avanti. 

24/08
Mi danno un permesso d'uscita. C'è il matrimonio della Vale e io sono la testimone. Che pianto che ci siamo fatte quando è arrivata. Le avevo detto che non sarei andata e invece.... Un abbraccio che non dimenticherò mai. 
Lei era bella, io provata. 
Non ricordo altro. 

25/08. 
Altra libera uscita. Sono stata a messa. 
Nn ricordo altro.

26/08 
Giorno in cui finalmente mi fanno la tac. Il medico mi chiede se ho dolori. Io chiedo a lui se vede altro di strano. Lui dice di no.
Risalgo in camera e Roberta mi comunica che dovrò sottopormi ad un altra biopsia l'indomani. Io le chiedo della tac. Lei mi dice che hanno trovato qualcosa ma non può parlarmi. 
Finalmente bello e tenebroso comunica la notizia. C'è una massa al pancreas. Dice che è necessario ripetere la biopsia ma che lui riteneva fosse un neuroendocrino. 

27/08
Ripetiamo la biopsia.
Altre 7 ore immobile. 
Nn ricordo altro. 
28/08
La conferma: Adenocarcinoma. Cazzo. Ricordo con lucidità la telefonata che ho fatto con la mia madrina. Non ho pianto. Abbiamo bestemmiato per la prima volta in vita nostra. Poi non so come, ma abbiamo riso. Bello e tenebroso mi disse che dovevano operarmi immediatamente che richiedevano un consulto con Verona che li sono i migliori. Il consulto dice che l'intervento è escluso perché la malattia è sistemica. Bello e tenebroso ha scazzato la prima volta illudendomi che fosse un neuroendocrino, la seconda dicendomi che era operabile e mi ha lasciata senza parole quando mi disse che avevo 4 mesi.
29/08
Incontrai lui: il mio oncologo. ricordo ancora il passo deciso in corridoio con il camice che svolazzava come un supereroe. Lui è il mio supereroe. Lui è un uomo calmo, sicuro, deciso.  


Vi ho raccontato qualcosa di così intimo e mio che ho condiviso, penso con pochi. Questo è stato l'inizio della mia malattia. E' stato l'inizio di questa nuova vita che in alcuni momenti odio, e in altri amo profondamente. Amo guardarmi allo specchio con la testa rasata, amo ritrovarmi i capelli ricresciuti dopo alcuni cicli, amo perdere peso e dimostrare a me stessa che rimetto su tutto fino all'ultimo grammo passati i giorni di terapia. Io l'ho definita la mia guerra di trincea, di posizione.
In alcuni momenti mi sento molto sola in prima fila, ma poi accade sempre qualcosa, che mi incrociare quello sguardo e la paura passa…