Avrò avuto 17 anni. Me lo ricordo. Era bello, color arancio. Non era molto grande, ma aveva una buona aereodinamica e io lo guardavo lassù, in alto, verso il cielo. Era primavera, il fiume che attraversa la mia città era stranamente azzurro, il suo colore naturale è più un verdastro, ma lo ricordo anche un pò impetuoso, sinonimo di aver racolto l'acqua del disgelo. La mia neve passava di li. E io in piedi con il mio filo in mano e guardavo lui: Il primo amore.
Non so perchè questa mattina i pensieri siano legati a quel filo e a quel aquilone. Non lo so. So che vorrei chiamarlo per dirgli che la mia testa oggi, è li. Vorrei condividere con lui questi pensieri, vorrei che mi ascoltasse per una volta in silenzio, guardandomi realmente. Ho passato giornate pesanti, l'ospedale rievoca quella condizione di fatica che per quanto la testa sia preparata, per quanto mi sia protetta in molti modi, ma non è mai uno schermo totale. Incontri ancora la tua sofferenza, e quella degli altri. Vieni schiaffeggiato dall'arroganza di alcuni medici. Ognuno reagisce al dolore come ne è capace, nessuna aspettativa, ma è chiaro che i pensieri nascono, si mescolano. Il dolore c'è chi lo rifiuta. Ieri la signora 38kg bagnata mi ha detto che ha cominciato a stare male quando era giovane, e che aveva passato una vita di merda. Tra me e me pensavo. Cazzo, gente questa ha vissuto una vita con l'angoscia di stare male, non ha goduto nulla della sua vita. Lei sente di non aver vissuto. Questo è il dramma, non il dolore. Ammetto che fatto questo pensiero mi sono sentita morire.
Si, perchè è la conapevolezza della mia esistenza questa. io so che per me anche se zoppa, affaticata, preoccupata devo sempre alzare la mia qualità di vita. E' un pò come quel aquilone. Alto ma con la punta volta all'insù a cercare una corrente migliore, a cercare quel vortice d'aria che lo spinga più in alto, verso quella nuvola piuttosto che verso il sole.
Non ho mai provato a farlo volare di notte. La notte in ospedale era dura. Ho dormito poco, ho ascotato i rumori delle povere infermiere che correvano tra una stanza e l'altra. Ascoltavo il respiro delle perfette sconosciute che hanno condiviso momenti di dolore con me. Ho osservato l'agitazione, la nevrosi da ricovero, il pessimismo quasi come preghiera a dire basta, la beata igoranza.
Io non so se sarei stata così anche senza la malattia. Ma senza questa sensibilità non avrei raccolto i voli di questi quattro acquiloni così diversi, la possibilità di ammirarne il volo e scegliere sempre il proprio. Ma nel profondo rispetto dell'altro. Ognuno ha la sua storia, per ognuno la propria storia è pesante.
Chissà ora che volo farebbe quel aquilone nelle mie mani, di sucuro non una traiettoria lineare, e la sua punta sempre verso l'insù....
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